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Comune di Montelupo Fiorentino 
L’età antica
Già in epoca etrusca l’area dove ora sorge Montelupo era coperta da una diffusa rete di insediamenti distribuiti nelle campagne. La colonizzazione romana, pur favorendo l'accentramento delle funzioni economiche ed amministrative nei nuclei del fondovalle, lasciò intatta questa rete, su cui si fondava un'agricoltura legata a colture specializzate, quali la vite.
Le prime testimonianze di una frequentazione dell'area di Montelupo in epoca classica sono le tracce di sepolture etrusche, databili tra il IV ed il III secolo a.C., recentemente venute in luce nell'area del castello.
Sulle altre significative presenze, quali il grande edificio romano di epoca tardo-repubblicana in località podere Virginio.
L’Alto Medioevo
Dopo la definitiva distruzione degli insediamenti romani durante la profonda crisi tra V e VI secolo, la probabile ripresa del popolamento fu tutt'altro che facile. Ad un momento di crescita, determinatosi tra VII ed VIII secolo, che si può pensare esser proseguito sino alla metà del IX, deve essere poi succeduto, come in altre parti d'Italia, un momento di grande difficoltà. Non a caso, infatti, anche nella nostra area si tornano ad occupare gli antichi insediamenti etruschi d'altura, ed a frenare il recupero di quelli del fondovalle, meno difendibili.
L'ultima ondata di invasioni ed il conseguente affacciarsi in Italia di popolazioni dedite al sistematico saccheggio come Ungari, Vichinghi e Vareghi, ma anche le imprese dei Saraceni che più volte allora si affacciarono nel Valdarno inferiore, non poteva che imporre molta prudenza agli abitanti di questa parte della Toscana. Vivere in una pianura percorsa da un fiume navigabile come l'Arno, che aveva per confine naturale un sistema montagnoso, facile a risalire per poi discendere repentinamente nel fondovalle, non poteva avvenire con la necessaria tranquillità, se non a condizione di tenere sotto controllo i punti di accesso dall'esterno. Ma rafforzarsi in queste zone di interesse strategico e popolare i centri della pianura era difficilmente compatibile con le risorse demografiche dell'Alto Medioevo.
Il castello
Di fronte all’insicurezza del fondovalle la popolazione, in lenta crescita, si stabilisce nelle zone collinari. E’ la fase storica che vede il capillare diffondersi dei castelli, spesso piccoli agglomerati scarsamente fortificati, ma tali da costituire per la popolazione circostante un luogo di rifugio immediato, ove ripararsi dalle rapide incursioni che giungono dall'esterno, improvvise come bufere, e non preavvertite da nessun potere centrale al quale affidare la resistenza.
Tra Guidi e Alberti
Il potere in ascesa dei Conti Guidi si scontrò con quello degli Alberti, con cui si contendevano il controllo della vallata. Il conflitto si fece aperto nel 1120 e, anche se non produsse alcuna conseguenza, equivalendosi in pratica le forze di entrambi, determinò fenomeni di lungo periodo, quali l'incastellamento di Empoli, avviato da Guido Guerra nel 1119. In questi anni è del tutto probabile che anche gli Alberti abbiano provveduto a munire e rafforzare i loro possessi, a cominciare da Capraia, senza ovviamente poter trascurare Pontorme e, crediamo, rinsaldare la loro presenza nella zona di Montelupo ampliando la fortificazione del colle, mantenuta, con ogni probabilità, al rango di insediamento militare.
Il Comune di Firenze
Non possiamo sapere con sicurezza quando l'influenza fiorentina cominciò ad esercitarsi in quest'area del Valdarno, ma è da ritenere che la necessità di alleanze dell'una e dell'altra casata abbia precocemente finito per favorire gli interessi della città, in fase di grande espansione, già nel corso della prima metà del XII secolo. Nel 1180 gli Empolesi giurarono ai Fiorentini un oneroso patto di sottomissione. Empoli era da tempo uno dei più importanti castelli e possedimenti dei Conti Guidi pistoiesi, munita di ben due palatia feudali; se essa (e quindi i Guidi) ritenne opportuno scendere a miti consigli con Firenze, vuol dire che la pressione politica (e forse anche militare) esercitata dai nuovi arrivati doveva avvertirsi da tempo, e non solo a Empoli.
Il conflitto tra la Repubblica Fiorentina ed i conti Alberti esplose violentissimo nel 1184 ed ebbe per teatro di guerra soprattutto la Valdelsa (il castello di Semifonte, Certaldo), ma anche il Mugello e la Val di Pesa. Le durissime condizioni di pace imposte allora dai fiorentini implicavano in pratica la cessione della metà delle imposte che i sudditi pagavano ai conti, e prevedevano anche la cessione di una torre del Castello di Capraia, che i fiorentini avevano il diritto di mantenere o atterrare a proprio piacimento.
Questa torre potrebbe essere stata nient'altro che il guardingo posto sul colle di Montelupo, al servizio del Castello di Capraia: ciò, tra l'altro, renderebbe assai più piano e comprensibile il senso dei successivi avvenimenti.
La Podesteria
È verso la fine del XIII secolo che Firenze inizia ad organizzare capillarmente il proprio Contado trasformandolo gradualmente in embrione di unità statale Montelupo riceve un podestà inviato dalla Città per l'amministrazione della giustizia e per svolgere in loco le complesse funzioni di ufficiale di governo.
La Podesteria di Montelupo, di cui ci è pervenuto lo statuto del 1416 con successive modifiche e rifacimenti, si estendeva anche all'altra sponda dell'Arno, sino a comprendere Capraia. Con la nascita dei vicariati, ai quali spettava la giustizia criminale, Montelupo viene posto nella circoscrizione del vicario di Certaldo (1415).
Nella riorganizzazione dello stato operata da Cosimo I, poi, la podesteria si sarebbe ulteriormente allargata sino a comprendere anche Lastra a Signa e la Lega dei popoli di Gangalandi.
Le mura nuove
Nel 1312 Enrico VII chiese la restituzione di Montelupo all'Impero, assieme a molte altre terre e castelli, evidentemente come rivendicazione della potestà imperiale sull'eredità cadolingia. Dalla guerra che ne nacque e che vide i Pisani alleati agli imperiali, derivò la necessità di rendere più forti alcuni castelli del Valdarno, distruggendone i borghi sottostanti, nei quali potevano annidarsi i nemici. Fu così che il borgo di Montelupo, assieme a quello di Pontorme, dovette essere raso al suolo. Nel 1325 fu Castruccio degli Antelminelli che progettò di impadronirsi di Montelupo e di Capraia per ostacolare le comunicazioni dei Fiorentini; il tentativo però venne tempestivamente sventato dal podestà di Fucecchio. Castruccio, tuttavia, dopo la vittoria di Altopascio, venne ad accamparsi quello stesso anno sui colli di Signa facendo incursioni o, come allora si diceva, "cavalcate" e guastando le campagne, fino a saccheggiare e bruciare, ancora una volta, il borgo di Montelupo. Questi fatti, a cui si deve aggiungere un probabile aumento della popolazione, unitamente agli effetti deleteri della terribile alluvione del 1333, convinsero i Fiorentini a fortificare con maggiore impegno il borgo di Montelupo. Le nuove mura, terminate nel 1336 ed ancora visibili in buona parte, dovevano proteggere con maggiore efficacia delle precedenti il sonno dei montelupini, anche se, come molte delle imprese edilizie avviate in quel periodo, furono evidentemente programmate con un certo ottimismo rispetto alle future necessità abitative. Fu poi la peste del 1348 e, di più ancora, l'endemicità del morbo, ad assottigliare la popolazione, impedendone una crescita rilevante sino al primo quarantennio del Cinquecento: in tal modo molti degli spazi interni alle mura, complice anche l'incremento delle attività ceramiche, restarono spesso occupate dalle fornaci.
Il Quattrocento
Con il XV secolo il lungo processo di trasformazione di Montelupo da castello a "terra murata" fiorentina, può dirsi definitivamente concluso, col tipico modello, incentrato sulla forma rettangolare del borgo fortificato, spartito a metà dalla viabilità principale.
Questa è l’epoca in cui si sviluppa, grazie anche all’apporto dei capitali cittadini, la manifattura ceramica, che vivrà la sua stagione migliore tra il 1450 e il 1530.
La crisi secolare
Annunciata alla metà del Cinquecento, la crisi delle manifatture montelupine dilaga a partire dalla fine del secolo, che vedrà anche la costruzione della villa medicea dell'Ambrogiana (1589-1591). Con le ripetute epidemie del Seicento e la concomitante crisi demografica, economica e politica che investe l’Italia, anche la vitalità di Montelupo subisce un duro colpo, tanto da far quasi dissolvere uno dei maggiori centri di produzione italiani.
Il Settecento
L’attività delle fornaci di ceramica e di terracotta, mai sospesa del tutto, torna ad un modesto incremento nella seconda metà del Settecento, accanto allo sviluppo di un nuovo settore, quello del vetro.
Nel 1784 avviene anche lo spostamento della pieve dall'area del castello a quella del borgo: la nuova chiesa venne costruita sul sito di una precedente dei frati Domenicani di Santa Maria Novella.
La rinascita produttiva
Fu l’Ottocento, con la costruzione della ferrovia Firenze-Pisa, a vedere la rinascita della produzione ceramica nella vicina Capraia ad opera dei Bardi e poi dei Fanciullacci. Quest’ultimi, trasferitisi a Montelupo nel 1911, furono realmente i rifondatori della manifattura delle ceramiche locali.
Oggi Montelupo è tornato ad essere uno dei maggiori centri italiani di produzione ceramica, inserito nel distretto produttivo empolese, uno dei più vivaci della Toscana.
Da Visitare
Prioria di San Lorenzo
Le origini di questo edificio che sorge sulla sommità di una rocca, caratterizza in modo profondo il paesaggio cittadino, tanto da esserne considerato il simbolo principale.
Nel 1203 la Repubblica fiorentina decise, per fronteggiare le milizie di guido Borgognone nella vicina Capraia alleata dei Pistoiesi, di edificare in questo punto, un "cassero fortificato". Esaurita l’iniziale funzione militare, nel 1270 si procedette alla costruzione di una chiesa da dedicare a San Giovanni Evangelista, patrono del paese. Se questo primo insediamento – una semplice aula absidata in laterizio, secondo la tipologia valdelsana, ricavata nell’ambiente terreno del cassero - è scomparso a causa dei successivi ampliamenti e dei gravi danni provocati al monumento durante l’ultimo conflitto, resta la torre, utilizzata come campanile, con la muratura di base a ciottoli.
A questo primo edificio se ne aggiunse, nei secoli seguenti ma entro il Cinquecento, uno maggiore in altezza, e provvisto di due cappelle laterali che fungono da breve transetto.
L’interno, coperto da capriate lignee e completamente intonacato, si presenta nella redazione rinascimentale preferita nei restauri del dopoguerra, ma riflette delle trasformazioni due-trecentesche.
Nella scarsella ricavata all’interno della torre restano gli affreschi firmati dal pittore fiorentino Corso di Buono (Cristo tra i Cherubini e il miracolo di San Giovanni Evangelista), mentre all’ingresso si notano due tempietti gotici con affreschi di Piero di Chellino (Storie di San Nicola) sovrapposti ad una precedente decorazione parietale (coordinata con quella di Corso).
Sulla parete sinistra si apriva un portalino centinato con ghiera in laterizio scolpito (a crudo) a triangoli inseguiti, inserito in quella che doveva essere la faccia esterna di un altro edificio, inglobato nel prolungamento occidentale della chiesa.
Il degrado dell’edificio iniziò nel 1785, quando sia Pietro Leopoldo, che l’arcivescovo Martini, ne intimarono l’abbandono per motivi di sicurezza, trasferendo il titolo priorale e tutti gli arredi nella chiesa cittadina di San Nicolò appositamente ceduta dai frati domenicani di Santa Maria Novella.
L’edificio, rinnovato, assommò, nel 1789, anche i titoli della soppressa pieve dei santi Ippolito e Cassiano ormai troppo distaccata dal centro cittadino. La vecchia pieve pervenne ad una confraternita dedicata a San Lorenzo, da cui l’attuale denominazione – a cui seguì il patronato della Famiglia Frescobaldi.
Dove rivolgersi
Ufficio Cultura, sport e politiche giovanili Località: Montelupo Fiorentino Indirizzo: Piazza VIII Marzo 1944, n.2
Prioria San Giovanni Evangelista
La chiesa di San Giovanni Evangelista, fondata nel 1326, un decennio prima della costruzione delle mura, risale all’iniziativa di Simone di Guido, frate e poi priore del convento domenicano di Santa Maria Novella. In questa prima fase era essenzialmente un ospizio, dedicato a San Nicola, comprensivo di una chiesetta. L’edificio comunque, collocato nell’attuale via Sinibaldi, a pochi passi dall’attuale Museo, non doveva rivestire una particolare importanza, ed era per lo più un luogo di sosta per coloro che viaggiavano lungo la via Pisana.
Inizia nel 1785 la seconda fase della storia di questa chiesa, quando l’arcivescovo Martini, a seguito delle insistenze granducali, convinse i religiosi alla cessione dell’intero complesso, restaurato pochi decenni prima su iniziativa di fra’ Domenico Maria Forzini, il quale nel 1756 ne aveva rinnovato al facciata eliminando la tettoia e ponendovi una lapide commemorativa.
La chiesa assume in seguito il titolo di prioria e la dedicazione all’Evangelista, a patrono cittadino. Di lì a pochi anni venne ad assommare anche quello dell’antichissima Pieve dei SS.Ippolito e Cassiano(1789) ormai troppo decentrata rispetto all’abitato cittadino.
La pieve di San Giovanni Evangelista, a tre navate, completamente modificata a partire dal 1796, conserva all'interno importanti opere del Trecento.
Nella cappella a sinistra, si trova un affresco staccato, proveniente dall’oratorio della Madonna della Neve. Si tratta di un’interessante pittura raffigurante la Madonna in trono col Figlio, riferibile alla produzione fiorentina del quarto – quinto decennio del Trecento. Poco distante dall’affresco troviamo il Crocifisso ligneo di scuola toscana del secolo XIV.
A destra invece troviamo un’opera di notevole rilievo: la pala della "Madonna con Bambino e Santi", attribuita a Botticelli e Scuola, con la predella raffigurante ancora i quattro Santi: Rocco, Agostino, Lorenzo e Sebastiano. è visibile una bella tavola della bottega di Botticelli: la Madonna, il Bambino e i Santi Sebastiano, Lorenzo, Giovanni Evangelista e Rocco
La Villa Medicea dell' Ambrogiana
L’Ambrogiana, una Villa dai Medici ai Lorena
Fra i beni architettonici del comune di Montelupo Fiorentino, l’Ambrogiana costituisce ad un tempo il più noto e meno accessibile degli edifici. La grande mole della villa medicea con i suoi annessi si distingue come elemento caratterizzante del paesaggio, e come monumento di indiscusso prestigio nel panorama della pianura empolese.
La Villa Medicea dell'Ambrogiana, presso la confluenza del fiume Pesa con l'Arno, era uno dei luoghi ideali per la caccia e la pesca, e per le soste della corte nei viaggi tra Firenze e Pisa. Già nel 1574 sono ricordati lavori alla villa svolti per conto del Granduca Francesco, dall'Ammannati e dal Dosio.
La Villa diventa residenza preferita del Granduca Cosimo III dei Medici
La vera e propria ricostruzione della villa, datata al 1587 per volere di Ferdinando I, fu edificata sulle fondamenta del palazzo preesistente. L'impianto della villa è quadrangolare, con ampia corte, quattro torri d'angolo, uguali, sporgenti su due lati secondo le caratteristiche della villa fortilizio e con quattro portoni di ingresso. L'impostazione di molti elementi architettonici fa pensare a un disegno di Bernardo Buontalenti ma ad oggi non esistono testimonianze in proposito. Sappiamo con certezza che a dirigere i lavori fu inizialmente Raffaello Pagni e dal 1602 Gherardo Mechini.
Notevole era il giardino che giungeva fin sul greto dell'Arno, dove in una grotta manieristica (oggi non visibile) con giochi d'acqua, opera di Giovan Battista Ferrucci detto il Tadda, era la sintesi tra natura e artificio. Per volere di Cosimo III l'interno fu arricchito, con dipinti di soggetto faunistico e floreale, commissionati ai fratelli Scacciati e a Bartolomeo Bimbi da Settignano.
La grotta costituiva la mediazione ideale tra il giardino e l’acqua e, per facilitarne l’arrivo dall’Arno, venne costruito un piccolo molo per permettere l’attracco dei navicelli e salvaguardare dalla turbolenza delle acque, l’ingresso stesso della struttura.
Nell’ultimo trentennio del Seicento, la villa attraversava una vera e propria stagione d’oro: il granduca Cosimo III elesse l’Ambrogiana a sua residenza preferita e la arricchì di arredi e opere d’arte. Il programma di valorizzazione della residenza venne poi completata dalla costruzione, in prossimità della villa, della chiesa e convento dedicato a San Pietro d’Alcantara su progetto di Pier Maria Baldi. In un secondo momento fu costruito un lungo corridoio che partiva dagli appartamenti prospicienti il giardino, seguiva il muro di cinta di quest’ultimo e giungeva all’interno della chiesa. Lavorarono poi all'Ambrogiana il Tacca e il Ferri, Del Rosso e Cantagallina.
Nuovi fasti per l’Ambrogiana
Con il passaggio dai Medici alla reggenza lorenese, la “casa dell’Ambrogiana” venne compresa nell’elenco delle ville, palazzi e giardini che i nuovi regnanti intendevano conservare alla Corona, pur con le inevitabili decurtazioni alle spese di manutenzione e abbellimento. Il granduca Francesco Stefano di Lorena decise di “rimettere in buona forma” la villa dandone l’incarico al suo architetto Jean Nicolans Jadot. I lavori di manutenzione e ripristino necessari alla villa andarono a rilento e peggiorare le condizioni della villa erano le frequenti alluvioni che ledevano la stabilità degli edifici e danneggiavano vivai e giardini.
Nel 1793 si intervenne sulla sistemazione dei giardini, opera affidata a Leopoldo Prucher, Regio giardiniere di Boboli, che oltre alla manutenzione dell’impianto esistente prevedeva di “formar siepi secondo il nuovo spartito per separare boschetti da viali e controviali”.
L’abbandono della Villa Granducale e la trasformazione in casa di cura per malattie mentali
Nei primi decenni del nuovo secolo, dopo il ritorno dei Lorena in Toscana, l’Ambrogiana fu ancora oggetto di nuovi interventi che interessarono la sistemazione degli accessi.
Questo fu l’ultimo intervento riguardante il complesso, poiché negli anni successivi la villa venne man mano disertata dalla Corte, finché il granduca Leopoldo II non ne decise la trasformazione in casa di cura per malattie mentali (1854 - 55) affidandone il progetto all’architetto Giuseppe Cappellini.
In seguito l’Ambrogiana ospitò un carcere femminile e minorile, ed infine l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario (1888), che occupa attualmente il complesso.
Da segnalare che in alcuni periodi dell’anno vengono organizzate delle visite guidate, durante le quali si possono ammirare alcune sale, il chiostro, la cappella e il maestoso giardino
La Torre de' Frescobaldi
Tra gli edifici di particolare rilevanza storica a Montelupo, è da ricordare anche la Torre dei Frescobaldi, la cui costruzione è attribuibile al XIV secolo.
Collocata nell’omonima frazione lungo l’Arno, sede un tempo del dazio per il traffico fluviale e prima ancora Casino di caccia appartenente al complesso dell’Ambrogiana è oggi di proprietà privata, pur facendo parte di un vasto progetto, che prevede la sua destinazione in un centro di documentazione dell’arte del vetro nel Valdarno.
Villa Mannelli
Leggermente decentrata dall’abitato di Fibbiana, in una splendida posizione in prossimità dell’Arno, sorge la massiccia mole quadrilatera della villa Mannelli, edificata dalla famiglia che nei secoli passati dovette esercitare una notevole egemonia sul piccolo centro, come testimonia il suo patronato sulla chiesa di Santa Maria di Fibbiana, attestata fin dal 1401.
La più antica testimonianza si ricava dalla relativa pianta redatta nel tardo Cinquecento per la magistratura fiorentina dei Capitani di Parte Guelfa in cui compare indicata come "casamenti e torre", di Tommaso Mannelli.
In effetti, il severo prospetto verso il fiume col coronamento merlato parrebbe benissimo derivare da una struttura difensiva successivamente inglobata nell’attuale villa. Senza dubbio questo risulta alquanto più antico delle altre strutture esterne risalenti al tardo Cinquecento per la presenza della massiccia bugnatura lungo il portale nonché per la tipologia dello stemma dei proprietari, le tre spade in diagonale. Nettamente settecentesca è la facciata posteriore che si affaccia sul giardino, arricchito dal fastigio con orologio dalla mostra rocaille .
Villa Antinori
Col nome Antinoro, che sta a significare il potere esercitato per secoli dalla famiglia fiorentina degli Antinori, si tende ad indicare la vasta area compresa tra l’Arno e la strada Pisana all’uscita dell’abitato di Samminiatello fino a san Vito, al limite del territorio comunale.
Visibili dalla strada statale sono i ruderi della bella villa di proprietà degli Antinori, in parte distrutta durante i bombardamenti dell’ultimo conflitto ma che, nonostante il suo completo degrado, spogliata di ogni materiale di pregio, conserva negli ambienti del primo piano interessanti pitture murali tardo settecentesche che rimandano al consueto gusto archeologizzante dell’epoca.
Il castello di Luciano (toponimo con il quale era in conosciuto anticamente) era, in principio di proprietà degli Alberti, passò ai Frescobaldi, e da questi fu venduto, nel 1448, ai fratelli Bernando e Antonio di Tommaso Antinori.
A poche decine di metri dai ruderi della villa al termine di un viale alberato, è l’oratorio dedicato al SS. Nome di Maria, edificato dalla famiglia fiorentina come cappella privata ed in seguito aperto al pubblico, arricchito all’esterno da un massiccio e monumentale atrio ad opera del marchese Amerigo, nel 1781.
All’esterno del parco è la cappella dedicata a San Giuseppe Thiene ed eretta dai Mannelli nel 1697. Si tratta di un’aula rettangolare dalle semplici caratteristiche architettoniche, ma che ha saputo mantenere intatto il proprio splendore.
Il Parco dell' Ambrogiana
Il Parco dell’Ambrogiana si compone di tre aree intorno alla Villa Medicea dell’Ambrogiana.
La prima, di oltre 4 ettari, abbraccia da Nord-Est le mura della Villa ed è limitata dall’Arno e dalla Ferrovia.
La seconda, di 5 ettari, è posta ad ovest, tra le mura, via Santa Lucia e l’Arno: qui i lavori sono in corso. La terza infine, di cui si sta ultimando la progettazione definitiva è di quasi un ettaro, a sud dell’Ambrogiana, tra via Don Mazzolari e Via della Chiesa e comprende l’orto dei Frati alcantarini.
Le tre aree sono concepite unitariamente e saranno collegate da viabilità pedonale e ciclabile. Nel loro complesso formano un parco urbano con un’estensione notevolissima in rapporto alla dimensione cittadina, nel cuore dell’abitato. Il parco mette in risalto l‘eccezionale valore storico e architettonico della Villa Medicea l’Ambrogiana, al centro dell’area verde, fino ad oggi interclusa tra fabbriche e costruzioni fatiscenti e considerata “oltre il limite” dall’immaginario collettivo, in ragione della sua destinazione a Ospedale Psichiatrico Giudiziario.
Il parco è stato realizzato considerando la previsione futura di nuove funzioni con accesso al pubblico della Villa, che permetterebbero l’abbattimento di un parte del muro di cinta, il ripristino dell’originale accesso principale a Sud e il recupero della “Grotticina del Tadda” a Nord.
Il paesaggio
La scelta dei profili, dei generi arborei e dei percorsi verdi vuole preservare il paesaggio tradizionale agricolo, del quale si sono voluti ricostruire i colori, gli odori e le forme. Forte l’idea della trasparenza verso le emergenze paesaggistiche circostanti, come la stessa Villa Medicea, la chiesa di Santa Lucia, la Torre, i “castelli” di Montelupo e Capraia, l’Arno e la Pesa, il Montalbano.
I manufatti e le attrezzature
Percorsi, radure, isole protette e aree di sosta offrono diversità di percezioni del parco. Le due torrette di avvistamento coperte, che permettono l’affaccio sul parco, ma anche sulla villa e sulla confluenza fluviale, evocando profili e strutture delle ville padronali rinascimentali. La torretta più centrale si protende verso un piccolo pergolato fornito di sedute per la sosta.
Tutti i percorsi sono costituiti da battuti di terra. Alcune aree sono attrezzate con sedute, altre con giochi per bambini.
Il sistema di irrigazione è gestito da una centralina automatica. Nella tradizione rurale del territorio il terreno permeabile e la copertura a verde consentono tempi molto lunghi di smaltimento dell’acqua e, di conseguenza, una più corretta utilizzazione della risorsa idrica.
Gli arredi in ceramica
La fontana, le fonti e le formelle del percorso d’acqua, realizzate in terracotta e maiolica in ossequio alla tradizione di Montelupo, fanno parte di un unico progetto denominato “Tempo e natura, la ceramica racconta” L’acqua sgorga da rosoni in maiolica che rappresentano lo scorrere del tempo (uno è un orologio solare funzionante), prosegue lungo un percorso di piastrelle maiolicate con cromaticità e forme geometriche decrescenti, fino alla fontana di terracotta: un Moai dell’isola di Pasqua, dalla cui teste spunta un albero,a simbolo della rivincita della natura.
Progettisti, artisti e costruttori
Progetto parco: Gabriele Balli e Vincenzo Bonfiglio
Costruttori I° lotto: CLAF, Cooperativa Lavoratori Agricoli e Forestali Cesenatese (del Consorzio Cooperative Costruttori di Bologna)
Progetto opere in ceramica e orologio solare: Francesca Gheri e Andrea Gaggelli
Fontana in terracotta: Gloriano e Francesco Bitossi, Francesca Gheri e Andrea Gaggelli
Arredi in maiolica: Francesca Gheri
Il progetto degli arredi e della fontana in ceramica è stato scelto e finanziato dal Consorzio Ceramica di Montelupo, attraverso un concorso pubblico a premi.
Fonte Comune di Monteluo Fiorentino
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