Pontassieve
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Comune di Pontassieve Comune di Pontassieve

 


Il territorio comunale di Pontassieve si affaccia sull’Arno a Est di Firenze. Il suo sviluppo urbanistico si è concentrato in pochi insediamenti di fondovalle, lasciando praticamente intatto il paesaggio delle sue colline.
Il centro storico conserva i resti di una cinta fortificata, costruita dalla Repubblica Fiorentina nella seconda metà del Trecento, il Palazzo Sansoni-Trombetta, l’antico Borgo che collega, con un piacevole itinerario pedonale, il Castello al monumentale Ponte sulla Sieve. Di fronte, sull''altra sponda del Fiume Arno, sorge la millenaria Abbazia di Rosano.

Da Vedere

La Parrocchiale di S. Michele Arcangelo al Pontassieve

La Parrocchiale di S. Michele Arcangelo al Pontassieve

 

La prima documentazione relativa alla chiesa risale agli inizi del XIII sec., ed è antecedente alla nascita del castello: essa riguarda la vendita di un podere fatta da Tebaldo del fu Tebaldo da Quona e da Ermellina sua moglie, a prete Cipriano, rettore e cappellano della chiesa e cappella di S. Angelo a Sieve, al prezzo di "libbre 46 di buona moneta fiorentina" (A.S.F., Diplomatico Badia a Ripoli, 4 maggio 1214).
Nelle più antiche carte la chiesa viene denominata "S. Angelo", mentre è soltanto nel ‘600 che si afferma l’odierno titolo di "S. Michele".

Nel popolo di S. Angelo avevano possessi i vescovi fiorentini, come dimostrato da molti codici della Mensa vescovile che riportano partite di locazione (A.A.F., Libro affitti e rendite, 1329-1341, 9 agosto 1329). Patroni della chiesa erano l’abate di S. Fedele ed il pievano di Remole, che intervenne nella nomina del prete Ghino fu Lapo da Romena (A.S.F., Not. Antecos., L. 34 ser Lando di Fortino, s.s. 1371).
Nell’elezione dei beneficiari interveniva talvolta anche il Vescovo (A.A.F., Libro dei Contratti 1335, 9 dicembre 1337, c.255 v.): "Qualiter dictus dominus episcopus contulit domino Micheli de Filicaia benefitium clericatus in Ecclesia s.cti Angeli de Sieve...sub MCCC-XIII sie XIIII novembris"(A.A.F., Bullettone, c.17 r.).

Presso la rettoria avvenivano le riunioni della Compagnia dell’Annunziata, i cui capitoli furono confermati da S. Antonino nel 1452 (A.S.F., Vis. Past. Card. Medici).

 

La Parrocchiale di S. Michele Arcangelo al Pontassieve

 

Nel 1513 morì nel Convento di S. Marco a Firenze il pontassievese fra Cipriano di Pietro Cancelli: "...hic sacerdos, obiit moribus praeditus, gratus erat fratibus et saecularibus. Non parcebat labori, vacans continue saluti animarum in audiendis confessionalibus. Martuus autem ex dolore maximo...et erat prior in conventu nostro S. Marci" (Chronicon sancti Marci fol. 228).

All’Abate, al Pievano di Remole ed al Vescovo di Firenze subentrarono nel patronato i Da Filicaia, che lo mantennero fino al 1787, anno in cui vi rinunziarono a favore della Mensa Vescovile (A.A.F., Campione vecchio di campagna, c.212 v.).
A causa dell’accresciuta importanza del borgo, seguita all’apertura delle rotabili tardo-settecentesche, da semplice rettoria, la chiesa di S. Michele fu proclamata "Prepositura"; l’edificio subì opere di trasformazione, e nel 1788 fu nuovamente consacrato da Mons. Antonio Martini.

Rimasta danneggiata nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, la chiesa di S. Michele è stata ristrutturata negli anni cinquanta.

Al suo interno si trova un’immagine molto venerata della Vergine Addolorata.

Da ricordare anche una Madonna con Figlio di fra Giovanni Angelico.

Nel Borgo del Ponte a Sieve in antico esisteva anche uno Spedale dedicato alla Madonna, di patronato della famiglia Martelli (A.S.F., Rep. Strozzi, Mem. Eccl., c.184).

 

 

Il Castello di Aceraia


Castello di Aceraia Pontassieve

 

Il sito

Due case coloniche occupano il luogo dell’antico castello nel comune di Pontassieve; tav. 106, I S.E.; alt. 655 m., in posizione di versante a 6 km dalla Sieve. Toponimo neolatino, PIERI, 1919, p. 225; REPETTI, 1833, I, p. 35.

Notizie storiche

Nell''XI secolo era allodio dei vescovi di Firenze per donazione di Azzo degli Ubaldini; nel 1024 il vescovo Ildebrando assegna a San Miniato al Monte di Firenze beni posti ad Aceraia. Nel 1340 il vescovo Andrea dà in enfiteusi ad un tal Cenni di roti terreni posti ad Aceraia.

 

Il Castel d''Acone

Il sito

Castel d''Acone Pontassieve

Il castello di Acone parrebbe ubicabile sul sito della Villa Castello, che occupa uno sprone che domina la valle del torrente Argomenna, ad una quota di poco superiore ai 300 m. .

Trasformato in villa dai Cerchi, la cui presenza ad Acone è ricordata anche da Dante, è oggi scomparsa la torre del fortilizio dove la tradizione vuole essere stata rinchiusa la Beata Umiliata.

La villa appartenne in seguito alle famiglie fiorentine dei Fontebuoni e dei Gondi. Notevoli arredi architettonici rinascimentali rimangono in case coloniche dei dintorni.

La constatazione che un medesimo toponimo sia servito, ed in parte serva tuttora, a designare più comunità situate entro un perimetro relativamente ristretto, quali il popolo di una pieve e quelli di quattro parrocchie suffraganee della stessa, lascia supporre che il nome Acone dovesse riferirsi originariamente ad una ambito territoriale di una certa estensione piuttosto che ad uno specifico centro rurale; si sarebbe trattato, in sostanza, della parte inferiore destra della Val di Sieve, dal versante sud-orientale del Monte Giovi fino al corso del torrente Argomenna, corrispondente all’antica circoscrizione plebana, la quale potrebbe aver ricalcato, almeno in questo caso, un precedente distretto pagense. Se l’origine etrusca del toponimo appare preferibile a quella latina l’esistenza di insediamenti pre-romani nella zona appare confermata, fra l’altro, dal rinvenimento di un cippo funerario a Montebonello (VII sec. a. C.).

 

La storia

Dal punto di vista documentario la più antica menzione della località risale all’anno 925 nell’atto di fondazione e di dotazione di un oratorio privato al titolo della Vergine Maria in luogo detto Sieve, posto nel piviere di san Gerusalem (poi S. Eustachio) ad Acone - probabilmente l’odierna chiesa di S. Maria ad Acone – ad opera di due fratelli, i cui nomi, Adonaldo e Adolfo figli di Rosselmo, fanno supporre un’ascendenza germanica; e l’ipotesi di una presenza longobarda in loco può ritenersi confermata dal nome caratteristico di un resedio colonico, il Vardingo, a brevissima distanza da Acone, a ricordo di una preesistente torre di vedetta, o guardingo, di cui si hanno sporadiche testimonianze in altre zone del contado fiorentino.

Castel d''Acone Pontassieve

 

Nel corso del XII secolo un castello di Acone viene ricordato come luogo di stipulazione del contratto in due pergamene provenienti dall’archivio del monastero di Passignano (1079, 1089) ed in un documento camaldolese dell’agosto 1099 in cui il locus detto Acone nel piviere di S. Gerusalem individua, insieme a quelli di Montebonello, Rufina, Pomino e Falgano, l’ubicazione dei beni appartenenti alla Badia di Poppiena donati con la stessa Badia da un conte Alberto figlio di Guido all’Eremo di Camaldoli. Essendo l’Abbazia posta sotto l’egida dei conti Guidi si può ritenere che i beni assegnati provenissero dal patrimonio guidingo e che i conti fossero quindi da tempo interessati alla zona di Acone, prima ancora che il castello di quel nome venisse ufficialmente attribuito alla loro signoria dall’imperatore Federico Barbarossa con diploma del 1164. L’infeudazione venne confermata nel 1191 da Arrigo VI e nel 1220 da Federico II, ed è sicuro che il castello di Acone ed il suo territorio erano ancora controllati dai Guidi nel 1225, quando vennero compresi nella divisione patrimoniale tra i cinque figli di Guido Guerra ed attribuiti a Marcovaldo. Dopo la scomparsa di quest’ultimo il possesso dell’intero castello venne rivendicato, in forza di uno strumento dotale, dalla vedova Beatrice. Non sappiamo chi avesse contestato alla contessa i diritti su Acone, ma non è escluso che si trattasse dei creditori del suocero o del cognato con i quali era in lite nel 1240 perché a noi è giunto solamente l’atto con il quale la contessa nominò un procuratore incaricato di dare esecuzione al reintegro nel possesso del castello riconosciutole da un Tribunale fiorentino sulla scorta di una sentenza del Vescovo di Città di Castello, arbitro della vertenza.

Tuttavia né i diplomi imperiali né le pronunce dei giudici valsero ad impedire lo stabilirsi nella zona di Acone di altre signorie fondiarie, in primo luogo quella della curia vescovile di Firenze, la quale fin dal 1207 e poi nel 1211 otteneva sentenze ad essa favorevoli contro i fideles quos idem episcopatus habet in Acone; è probabile che col proseguire del XIII secolo il dominio del Vescovo finisse per soppiantare completamente quello comitale poiché nel 1254 a giurare fedeltà al presule furono tutti gli uomini di Acone e non soltanto alcuni di essi come lasciano supporre i due atti precedenti. E’ poi da ritenere che, oltre al Vescovo, alcune famiglie, tanto di antica tradizione feudale quanto appartenenti alla più recente borghesia mercantile, acquistassero dai conti, in crescente necessità di denaro, possessi fondiari e giurisdizionali signorili nella zona di Acone come era avvenuto in altre parti del contado. Si giustificherebbe così l’asserita presenza dei Cerchi.

I nuovi centri di potere facenti capo al Vescovo ed ai privati della città aprivano la strada in maniera dapprima subdola all’affermarsi del Comune Fiorentino, che in pratica già nel 1240 era in grado di esercitare diritti sovrani sottoponendo al bando per insolvenza l’intera comunità di Acone ed in forma esplicita più tardi a nominarvi un Podestà, il cui ufficio è attestato nel 1303, 1304, 1305.

Dal 1308 al 1332 poi Acone fu sede dell’omonima lega del contado unita in seguito a quella di Monteloro.

A quei tempi il plebato di Acone rappresentava almeno in parte una zona di frontiera tra le contee del Pozzo e San Leolino soggette ai Guidi; di conseguenza non erano infrequenti gli sconfinamenti di malintenzionati, che dalle terre dei conti commettevano razzie e furti in territorio fiorentino. Ne fanno fede le lettere indirizzate dalla Signoria ai Guidi per chiedere l’adozione di provvedimenti a carico dei colpevoli. La zona costituiva allora anche un territorio di notevole interesse logistico in quanto percorso dalla strada che da Firenze dirigeva ad oriente, passando ai piedi del castello, verso il Casentino o la Romagna.

 

Villa Martelli di Gricigliano


Villa Martelli di Gricigliano Pontassieve

 

La storia

In origine il "fortilizio di Gricigliano" era di proprietà della famiglia Guadagni, dai quali pervenne -nel corso del ‘400- ai capitani di Orsammichele (1).

Nel 1478 Niccolò di Ugolino Martelli (1436-1497 ca.) prese contatti con i Capitani di Orsammichele per acquistare le proprietà di Gricigliano..
Oggetto della trattativa erano più esattamente "un Palazzo quasi tutto rovinato in mezzo a de’ Fossi … presso il quale vi erano due casette, che una per il Fattore dell’olio e per lo strettoio e l’altra per il comodo della vendemmia del vino". 
Oltre alla villa, riconoscibile in quel "Palazzo quasi tutto rovinato in mezzo ai Fossi" e descritta anche nelle carte dei Capitani come un "Palazzo in parte diruto, e non abitato con Fosso attorno", il possedimento di Gricigliano comprendeva tre poderi denominati l’Olmo, Le Case e il Chiasso, ed un "Bosco da Fuoco" altrove descritto come "Pezzo di terra boscata, lignata ed erbata posta in detto Popolo presso il Podere del Chiasso … dove tenevasi alcune bestie per frutto" (2).

Niccolò di Ugolino Martelli intendeva acquistare tali possedimenti, ma dovette trattare con i Capitani di Orsamichele che da parte loro non intendevano alienare tali beni che ritenevano evidentemente di alto valore. 
Finalmente, nella seduta del 15 giugno 1478 i Capitani decretarono che i possedimenti di Gricigliano passassero in enfiteusi ed affitto perpetuo al Niccolò di Ugolino Martelli e suoi discendenti.

Niccolò di Ugolino Martelli prese subito possesso dei beni di Gricigliano che comunque nel 1490 furono donati dalla sua consorte al loro primogenito Lorenzo (1461-1535 ca.).

I primi concreti miglioramenti alla villa e ai tre poderi annessi furono apportati proprio da Lorenzo che nel frattempo, esattamente nel 1493, aveva preso in moglie Margherita di Tommaso Portinari, la cui famiglia era proprietaria nella zona della residenza suburbana di Montecchi –presso Pagnolle-, splendido archetipo di villa rinascimentale.

Fu quindi con ogni probabilità in questo scorcio del XV secolo che l’antico "palazzo in parte diruto" assunse l’aspetto di una più moderna dimora signorile di campagna nella quale gli elementi tipici delle costruzioni extraurbane quattrocentesche, come i fossati (possiamo ricordare che anche la villa medicea di Cafaggiolo , come ricorda il Vasari, era cinta in origine da fossati), dovevano combinarsi con più aggiornate tipologie rinascimentali . 
Questo tipo di adeguamento, oggi scarsamente testimoniato, dovette essere condotto secondo criteri progettuali non dissimili da quelli messi a punti in altri edifici della zona, - ad esempio le proprietà della famiglia Pazzi al Trebbio e a Torre a Decima – caratterizzati dal faticoso processo di affrancatura dagli elementi di retaggio medievale per la piena affermazione dei prototipi di ville rinascimentali

Durante il Cinquecento il possedimento di Gricigliano si arricchì di nuovi terreni con annesse case da lavoratore: nel 1583 Francesco di Carlo Martelli (1543-1601) acquistò "un podere con casa da lavoratore e casa da Padroni già rovinata e poi restaurate nel Popolo di Remole, detto Palazzuolo", che oggi corrisponde alla casa rurale denominata Sole di Sotto.

Un altro intervento sulla villa degno di nota fu quello condotto per volere di Galeotto di Carlo Martelli nella seconda metà del XVI secolo: sembra infatti che egli abbia investito parte delle proprie risorse finanziarie nella cappella privata e per "rifare la muraglia della detta Villa".

Per tutto il corso del Cinquecento e del Seicento i possedimenti di Gricigliano continuano ad essere al centro di liti e spartizioni tra i vari componenti della famiglia.

Grande attenzione riservò alla villa Marco di Francesco Martelli (1592-1678), dedito all’attività commerciale ma anche raffinato committente (fu lui a patrocinare il completamento, nel 1658, della cappella di famiglia nella chiesa fiorentina dei SS. Michele e Gaetano) intorno al quale l’antica famiglia ritrovò affermazione e prosperità economica. 
Per sua volontà furono intrapresi lavori di ristrutturazione e ammodernamento nelle case Martelli che si affacciavano su via della Forca a Firenze e iniziarono le prime acquisizioni di quadri che sarebbero sfociate nell’allestimento di una delle gallerie di gusto barocco più significative nel panorama del collezionismo cittadino fino a tutto il XVIII secolo.

E’ naturale pensare che la floridezza economica della famiglia e gli interessi coltivati da Marco nel campo del nascente collezionismo artistico ispirato al gusto barocco, abbiano avuto dei riflessi positivi anche sulla tenuta di Gricigliano, da sempre rifugio suburbano deputato allo svago e al riposo e, al tempo stesso, tenuta agricola necessaria a mantenere l’alto tenore di vita della famiglia.
I "molti miglioramenti" che le carte d’archivio ricordano a proposito dell’intervento voluto da Marco Martelli a Gricigliano dovettero essere di tale portata da definire nell’aspetto generale le caratteristiche architettoniche della villa e del giardino, così come ancora oggi le possiamo ammirare.

Fu comunque con il figlio di Marco, Niccolò Martelli (1634-1711) , introdotto dal padre alla gestione dei traffici mercantili, che la tenuta di Gricigliano nello scorcio degli anni a cavallo tra il Seicento e il Settecento, divenne una dimora di campagna moderna, dotata cioè di una serie di ambienti nuovi e funzionali al doppio ruolo di azienda agricola e villa signorile.

Particolari interessanti sui nuovi interventi si ricavano dalla descrizione di una pianta della villa riferibile al 1706, la quale, nonostante la mancanza del relativo disegno, è di fondamentale importanza per la testimonianza che offre dei lavori intrapresi all’aprirsi del Settecento (3). 
Così uno dopo l’altro sono elencati la nuova cappella, edificata dalle fondamenta insieme al quartiere destinato al parroco, la zona dell’ingresso principale alla villa che fu sistemata con un cancello di ferro, dotata di un vestibolo e della grotta di fronte all’ingresso; in questa zona venne effettuato un intervento "correttivo" nei confronti del ponte d’accesso che, scavalcando la vasca d’acqua immetteva nel loggiato del piano terreno, e che nell’occasione fu allargato per maggiore comodità di transito e per una migliore visuale verso l’entrata principale.
Altri interventi riguardarono il giardino nel quale fu innalzato lo Stanzone per i vasi e per gli agrumi, tipico esempio di architettura da giardino di epoca settecentesca che ebbe larga fortuna e notevole evoluzione stilistica per tutto il secolo, e furono previsti alcuni "ritiri" affinchè i visitatori potessero agilmente riparasi dalle piogge improvvise.

Seguono poi i locali collegati all’attività agricola della tenuta, quali il "fattoio" per l’olio e le "stanze per chiarirlo e riservarvi la sansa", i forni (precisamente "uno grande e uno piccolo),  la tinaia, le stalle.
E ancora, i locali a servizio della villa, alcune " stanze per bucati", le rimesse "per lettighe, carrozze e Calessi" ed infine un nuovo "pallottolaio coperto" che andava a sostituire quello in disuso.

Durante i decenni successivi anche gli interni della villa vennero investiti da lavori di ammodernamento, mentre continuava la decorazione della nuova cappella che si arricchiva di dipinti di Ignazio Hugfort e Tommaso Gherardini.

Nel quinto decennio del ''700 in uno dei locali del piano terreno fu ricavato un teatrino le cui decorazioni furono affidate al quadraturista Ferdinando Melani.

 

Ferdinando Melani Pontassieve Uno scorcio del teatrino, situato al pian terreno sul lato destro del cortile centrale.
Sulla sinistra è visibile la piccola galleria per gli spettatori.

 

Intorno alla metà del secolo il salone centrale della villa  fu rinnovato con pitture a finte architetture e paesaggi marini realizzati da Niccolò Pintucci (4).

Il complesso di Gricigliano ebbe ancora un periodo di splendore nella prima metà dell’800 quando fu sistemata una nuova parte del giardino, quella rivolta ad ovest verso sul crinale di un piccolo torrente, sistemata a parco romantico con la ragnaia, le grotte, le cascatelle il cui ricordo è ancora vivo fra gli abitanti della zona, testimoni oculari in più occasione dei vari festeggiamenti che ancora vi si tenevano fin nel periodo successivo all’ultima guerra mondiale.

Le ultime discendenti dell’antica famiglia Martelli, le sorelle Caterina (1895-1976) e Francesca (1890-1986), hanno passato molto tempo a Gricigliano conducendovi una vita ritirata e dedita ad opere di carità.

La proprietà fu donata nel 1973 ai religiosi benedettini di Fontgoumbault della Arcidiocesi di Bourges, fondatori del monastero dedicato a Santa Maria.

Negli anni novanta la villa è divenuta sede dell’ Associazione "Amici di Cristo Re Sommo Sacerdote", costituitasi nel 1997 con lo scopo di promuovere la cultura cristiana; le azioni di questa associazione sono rivolte principalmente alla formazione dei seminaristi e a diffondere e sostenere l’attività di evangelizzazione missionaria nel terzo mondo e nei paesi dell’est. 
Grazie a questa nuova destinazione il complesso di Gricigliano ha ritrovato cura e attenzioni e soprattutto la comunità religiosa che lo abita ha ristabilito quel rapporto con il territorio e le persone che precedentemente, a causa anche della clausura benedettina, si era notevolmente allentato (5).

 

Descrizione del complesso

L’assetto che la villa assunse tra gli ultimi decenni del 600 e i primi del 700 - sostanzialmente lo stesso mantenutosi fino ad oggi - è fedelmente riprodotto in un cabreo – riferibile alla seconda metà del Settecento - che illustra tutti i possedimenti agricoli della tenuta e che riporta in una delle tavole una veduta a volo d’uccello della villa (6).

 

Villa Martelli di Gricignano Pontassieve

 

Nonostante la marcata semplificazione dei particolari architettonici, peraltro tipica di questo tipo di strumenti ricognitivi di epoca settecentesca, la struttura della villa è restituita in tutta la sua esattezza e molto chiara risulta l’articolazione e la connessione delle masse murarie.

In primo piano la facciata rivolta verso la valle e affacciata sul giardino, quest’ultimo attraversato dall’asse prospettica che taglia longitudinalmente tutto il recinto della villa e concluso dal vialetto semicircolare che sfuma nei campi coltivati.

A seguire il prospetto est segnato in basso dal fossato e aperto verso un secondo giardino rettangolare, recintato su tre lati e rigorosamente organizzato in spartizioni geometriche tenute a prato.
Oltre tale prospetto, è visibile il nucleo primitivo dell’antica villa del quale l’ignoto disegnatore ci restituisce soltanto il vuoto del grande cortile centrale.

Più in alto la facciata dello stanzone per i vasi, quinta muraria che chiude uno dei lati corti del giardino rettangolare, e seguita sul retro dai locali agricoli e di servizio.

Infine l’ultimo blocco che fronteggia la facciata d’accesso alla villa, qui nascosta, con l’ingresso alla grotta e altri locali di servizio e che, insieme agli ambienti prospicenti la cappella destinati all’uso del parroco, delimita un secondo e più esiguo cortile interno.

Le bellezze naturalistiche che fanno da cornice alla villa Martelli di Gricigliano, così come il suo giardino, non sono passate inosservate agli autori che si sono occupati di questa zona (7). 
Così ad esempio il Repetti nel suo Dizionario riporta i versi di un poemetto latino intitolato "Gricilianum Martelli" nel quale viene decantata la mitezza del clima e la bellezza delle colline al centro delle quali si trova la villa definita degna di re. Tuttavia nessuna notazione in merito all’architettura della villa è rintracciabile in tali fonti.

Fu il Carocci nella sua guida sui dintorni di Firenze, a riferirsi per primo alla particolarità della struttura della villa Martelli descritta, infatti, come una "grandiosa costruzione alla quale le successive trasformazioni non hanno tolto affatto i caratteri di un antico castello cinto di Mura e da fossi". 
Le osservazioni del Carocci si fermano comunque a questa notazione "romantica" sulla matrice medievale dell’architettura senza nessuna altra considerazione.

Una lettura esauriente delle peculiarità architettoniche che contraddistinguono il complesso di Gricigliano la si deve, in epoca molto più recente, a Carlo Cresti che in un suo studio sulle ville toscane ha scelto l’edificio dei Martelli , unico tra tutti quelli pur numerosi della Val di Sieve, per illustrare il legame particolarissimo tra le severe facciate esterne e l’ambiente circostante segnato dalle sequenze dei bacini d’acqua (8).

E in effetti il fascino e la bellezza che ancora oggi la villa di Gricigliano emana sono in gran parte dovuti al rapporto che si viene ad instaurare con il paesaggio secondo un preciso programma di percorsi organizzati che guidano il visitatore alla scoperta di una natura talvolta amica (giardini dalle forme geometriche, sentieri, sedili) e talvolta bizzarra e imprevedibile (grotte, fontane e ragnaia).

E’ indubbio che quel "palazzo diruto circondato da fossati" acquistato nella seconda metà del 400 da Niccolò Martelli sia stato sottoposto ad un globale riassetto architettonico in base ad una precisa scelta di investimento e di valorizzazione delle possibilità produttive offerte dalla zona. 
Di fatto la villa, secondo un processo evidente in gran parte delle tenute suburbane toscane dal Quattrocento in avanti, divenne la cellula aggregante del nucleo di circostanti poderi rurali (tre poderi con case da lavoratori) che si espanderanno nei due secoli successivi di pari passo con la trasformazione di questa primitiva struttura signorile in elegante dimora di campagna.

L’impronta di una prima e radicale trasformazione cinquecentesca è ravvisabile soprattutto nell’assetto della parte rivolta a nord, con la riorganizzazione degli spazi intorno al severo cortile e la realizzazione della facciata porticata.

 

Villa Martelli di Gricignano Pontassieve
Villa Martelli di Gricignano Pontassieve

 

La scelta presa fin da allora di mantenere il fossato, che circonda su tre lati e a tre diversi livelli, il perimetro della villa, condizionerà anche gli interventi di epoca successiva. 
Il fossato, con il suo tracciato che lambisce la base dell’edificio, offriva probabilmente, una grande opportunità per temperare in maniera naturale e costante gli ambienti sotterranei della villa, adibiti a cantine e a luoghi di conserva dei prodotti agricoli.

 

A questa ragione strettamente connessa alla vocazione di azienda agricola cui la tenuta di Gricigliano non è venuta mai meno, deve senza dubbio aggiungersi la precisa volontà di sfruttare le suggestioni offerte dagli antichi fossati che, secondo una sensibilità tutta cinquecentesca, furono trasformati in bacini d’acqua tra loro comunicanti a diverse altezze assumendo di fatto il ruolo di filtri tra il mondo chiuso, intimo privato degli interni e la natura circostante: un elemento dunque che ben si prestava a rappresentare quel concetto di contaminazione tra forme naturali e artificiali, tra un disordine naturale e una perfezione costruttiva, in una parola tra arte e natura, tanto caro agli architetti operanti tra ‘400 e ‘500 nei giardini delle dimore di campagna di casa Medici.

Il riferimento agli interventi cinquecenteschi condotti alla serie delle dimore suburbane medicee non appare del tutto fuori luogo se si pensa alla presenza di vivai antistanti la facciata principale sia nella villa di Castello che in quella di Petraia. 
A Castello, in particolare, il "Vivaio murato con un ponte in mezzo" è testimoniato fin da prima dell’acquisto del "palagio" Della Stufa da pare dei cugini di Lorenzo il Magnifico e nel progetto di intervento messo a punto a partire dal 1537 dal Tribolo rimarrà elemento dominante di tutto lo spazio antistante la villa, così come lo si vede nella raffigurazione tardo cinquecentesca di Giusto Utens (9).

L’accesso principale alla villa è segnato da un cancello aperto sul ponte sopra la vasca a livello più alto, scavalcato il quale ci si trova di fronte alla facciata caratterizzata da un profondo portico a tre arcate che immette nel cortile interno.
Lo schema compositivo di questo prospetto è molto semplice e risulta organizzato intorno al portico aperto in maniera asimmetrica lungo la superficie muraria , probabilmente in conseguenza del faticoso adeguamento delle nuove forme cinquecentesche a strutture precedenti. 
Ai lati due finestre inginocchiate e in alto la serie di aperture molto più ridotte, rettangolari e ravvicinate che proseguono anche lungo il fianco. Si tratta di una facciata severa e castigata, di chiara impronta cinquecentesca avvicinabile a quella della villa denominata Il Palagio della famiglia Albizi in località Pomino con la quale condivide in maniera puntuale la stessa concezione della supremazia del volume pieno e compatto sul vuoto creato dalle campate del portico.

 

Palagio Pontassieve
Il fronte meridionale che si affaccia sulla sottostante valle dell''Arno Palagio di Pontassieve

 

Un gusto ben diverso si coglie, a mio avviso, nella facciata opposta, aperta sul giardino, che assume, da un lato, il ruolo naturale di saldatura della sequenza delle varie strutture e dall’altro quello di quinta scenica aperta sullo spazio sconfinato della valle sottostante per divenire, infine, elemento dominante dell’organizzazione visuale del paesaggio (basti pensare al fatto che tale prospetto è visibile fino dalle rive dell’Arno).

 

Il prospetto consta di una parte più arretrata affiancata da due corpi che si staccano a mo’ di torrioni dal perimetro murario. 
Questo timido ma efficace tentativo di movimentare la notevole superficie muraria attraverso queste due piccole "braccia" protese verso l’esterno e vagamente riecheggianti la struttura medievale, rivela una concezione architettonica più matura rispetto a quella tradizionale della facciata nord e una sensibilità per la connessione tra architettura e giardino tipicamente seicentesca.

Ne sono inoltre testimoni certi elementi adottati per interrompere l’effetto monumentale della struttura e per introdurre note maggiormente decorative.
In primo luogo la sequenza delle grandi porte finestre (tutte le aperture sono state molto rimaneggiate) con quella centrale sormontata da una cornice spezzata con fastigio.
Secondariamente il notevole stemma in pietra posto lungo l’asse longitudinale, simbolo di un raggiunto e ostentato prestigio sociale e ad un tempo elemento ornamentale per eccellenza.

 

Stemma Martelli Pontassieve Lo stemma Martelli
posto sul fronte meridionale:
un grifone alato

 

Ed infine la terrazza ricavata dall’arretramento del corpo principale e delimitata da una sottile ringhiera alternata ad eleganti pilastrini in pietra. 
Quest’ultimo motivo, in particolare, insieme alla maggiore leggerezza acquisita dalle masse murarie grazie alle aperture che si fanno più grandi e serrate, può considerarsi contraltare alla loggia cinquecentesca, soluzione nella quale si manifesta cioè la scelta consapevole dell’abbandono del filtro chiuso e protetto –il loggiato appunto- e l’adozione coraggiosa di un elemento -una terrazza aperta- attraverso il quale il frequentatore è posto in diretto contatto con le bellezze naturali.

E’ molto probabile che la sistemazione di questa facciata debba riferirsi al periodo in cui l’ingente patrimonio dei Martelli era amministrato da Marco di Francesco Martelli (1592-1678).

 

Opere d''arte

Tra le numerose opere d’arte conservate nel corso dei secoli a Gricigliano andrà ricordato il rilievo marmoreo raffigurante la Madonna col Bambino fra putti realizzata nei primi anni del Cinquecento dal pittore e scultore Giovan Francesco Rustici artista particolarmente apprezzato da Piero di Braccio di Domenico Martelli (1468-1525) che gli commissionò diversi lavori. 
Il rilievo è ricordato dai documenti a Gricigliano, dove stava, almeno dal 1682, nella vecchia cappella, al centro di una tavola raffigurante alcuni cherubini appositamente dipinta dal pittore Vincenzo Dandini (10).

All’esterno, lungo il muro che affianca la Cappella dedicata a S. Giuseppe, è sistemata una robbiana raffigurante la Madonna racchiusa in una mandorla e affiancata da due angeli
Il rilievo è inserito in una edicola di foggia settecentesca e forse decorava la cappella più antica. 
Nonostante l’iconografia della Vergine racchiusa nella mandorla appaia alquanto arcaica, l’opera sembrerebbe un prodotto della più matura e proficua bottega robbiana della seconda metà del Cinquecento; potrebbe essere stata spostata all’esterno in occasione dell’abbattimento della cappella preesistente e della costruzione di quella attuale innalzata tra la fine del Seicento e i primi anni del Settecento (rimando).

 

 

1) Cfr. E. Repetti, Dizionario geografico fisico storico della Toscana, Firenze, 5 voll. 1833-1846, II, 1835, p.514.

2) Tutte queste notizie, cosi come quelle che seguono sui passaggi di proprietà di Gricigliano, sono tratte da C. Benassai, Origine e storia della famiglia Martelli, ms. 1815-1824, in ASF, Carte Martelli, busta 1, fasc. 34, pp. 32-33 e segg.

3) ASF, Carte Martelli, filza 1430, fasc. 62, cc 1-62).

4) Si vedano i pagamenti ai due pittori in ASF, Carte Martelli, filza 1846, Entrata e Uscita … 1744 .. 1753, c.2v e seguenti per il Melani e c. 103 v per il Pintucci.

5) L’Associazione pubblica un trimestrale di informazione e di divulgazione delle iniziative promosse dal titolo Cristo Re Sommo Sacerdote (Anno I, n.1 dicembre 1997).
I religiosi hanno riaperto al pubblico il giardino della villa e hanno organizzato un punto di vendita dei prodotti agricoli della zona. Ogni domenica mattina si celebra la messa in canto gregoriano.

6) ASF, Carte Martelli.

7) G. Righini, Mugello e Valdisieve, Firenze 1956, p.314: M. Becattini A. Granchi, Alto Mugello Mugello Val di Sieve, p. 244; G.Lensi Orlandi Cardini, Le ville di Firenze, Firenze 1954-1955, 2 voll., I, p. 128; E. Repetti, cit., II, 1835, p.515; G. Carocci, I dintorni di Firenze, Firenze 1906-1907, 2 voll., p. 30.

8) C. Cresti, Civiltà delle Ville Toscane, Udine 1992, pp. 178-183.

9) Si veda AA.VV., L’Architettura civile in Toscana. Il Cinquecento e il Seicento, a cura di A. Restucci, Cinisello Balsamo, 1993, p. 403 e segg, con ampia bibliografia.

10) A. Civai, cit., p. 41.

 

 

Il Castello di Montalto


La sommità dello sprone di Montalto, dove la casa colonica e i resti della chiesa nascondono le fondamenta del castello Castello di Montalto Pontassieve

 

Alcuni edifici rurali occupano oggi il luogo del castello nel comune di Pontassieve; tav. 106, I S.E.; alt. 414 m., su uno sprone a km 4 dalla Sieve. Toponimo neolatino, PIERI, 1919, p. 270; REPETTI, III, p. 316.

 

 

Il Castello di Montebonello

 

Il Castello di Montebonello Pontassieve Il torrione e le mura del castello di Montebonello, all''esterno delle quali si appoggiano tre casette. Nel disegno del Paganelli (1774) è ancora evidente una torre sull''angolo sud-orientale e, sulla destra, anche un''altra costruzione addossata.

 

Il sito

Posto su un risalto che, pur superando di poco i 200 m., domina un’ansa della Sieve di fronte alla Rufina, del castello di Montebonello rimane oggi un’alta torre che dovette costituire il mastio della fortificazione e che svetta tra alcune dimore rurali disposte in parte sul perimetro delle mura.

 

La presenza di una sola apertura posta ad una certa altezza dal suolo indica la preminenza della funzione difensiva su quella abitativa, mentre il paramento murario e i rapporti dimensionali la mettono in rapporto con le più antiche torri cittadine. Il Castello di Montebonello


La storia

La località è menzionata una prima volta, insieme ad altre poste sull’una e l’altra riva del tratto inferiore della Sieve, in un atto del 1099 col quale un conte Alberto figlio del conte Guido donava beni all’eremo di Camaldoli; ma come castello compare soltanto nel 1134 in una bolla diretta dal pontefice Innocenzo II a Giovanni vescovo di Fiesole riconoscendogli il possesso di terre, chiese, corti e luoghi fortificati e tra questi ultimi il castello di Montebonello. Ne venne la conferma dal papa Anastasio IV con bolla del 1153 diretta al vescovo Rodolfo. 
Nel XIII secolo la curia vescovile fiesolana nominò un proprio rappresentante col titolo di Visconte incaricato del governo di Montebonello, Petrognano, Agna e Turicchi.

 

Il Castello di Montebonello Pontassieve La torre, unico resto evidente dell''antico castello, svetta sulle casupole costruite addossate al muro di cinta, ormai totalmente inglobato.

 

Il Castello di Quona


Consistenti resti di fondamenta e parte di alzato sono visibili sul modesto rilievo di Quona.
Si tratta probabilmente dei resti della Chiesa di S. Giusto, edificata a sua volta sui resti dell''antico Castello.
Castello di Quona Pontassieve

 

Pochi ruderi rimangono del castello di Quona, presso la omonima località posta in posizione di versante sul fianco nord-occidentale del Poggio di Bardellone, a poco più di 300 m. di quota.

Presso questi resti , scavi occasionali hanno rimesso in luce i resti dell’abside di una chiesa romanica, certamente quella di San Giusto, che dava il nome ad uno dei popoli della lega di Monteloro, ma che già non figura più nelle Decime degli anni 1295-1304, successivamente ricostruita sotto forma di modesta cappella presso una casa-torre poco più a valle.

Uno dei più antichi cronisti fiorentini, Sanzanome, narra la rovina del castello di Quona, avvenuta all’incirca nell’anno 1143, facendone l’episodio iniziale della guerra che il Comune di Firenze aveva mosso al conte Guido e che si concluse nel 1153-54 con la distruzione delle mura di Monte di Croce. 
La storia venne poi arricchita da Lapo da Castiglionchio, rampollo dei da Quona.

L’esistenza di un castello chiamato Cona è attestata da un contratto anteriore di una decina d’anni all’evento cui si è accennato, fatto redigere in Quona da un tal Ildebrandino di Guinizzello il quale, con la moglie, vendette al monastero di Vallombrosa terre e case situate nella zona di Magnale e Ristonchi. 
La vendita fu confermata cinquanta anni più tardi da Alberto figlio di Ildebrandino.
Anche questo atto venne stipulato a Quona (1189) senza che la località venisse nominata come castello. 
Nel 1223 il sito è denominato come castellare di Quona, termine usato per identificare insediamenti un tempo muniti di fortificazioni.

Nel 1973, una ricognizione nell’area del castello di Quona (1973) permise il recupero di frammenti ceramici di epoca medievale (ceramiche acrome e maioliche).

Bibliografia
Carta archeologica della Provincia di Firenze, 1995 (schede 33.36).

 

La villa-castello di Torre a Decima

 

Villa di Torre a Decima Pontassieve Sebbene rimaneggiata più volte, la mole della 
Torre a Decima mantiene gran parte del suo 
fascino austero, in gran parte dovuto al torrione 
in cui si apre il portale di accesso.

 

Sito


"Sulla sommità di un poggio ubertoso che si innalza fra la valle dell’Arno e la piccola valle del torrente Sieci, sorge maestosa la villa di Torre a

Decima" (Carocci, Illustratore fiorentino, 1907).

Villa di Torre a Decima Pontassieve

 

Storia

Il castello fu di proprietà dei Saltarelli, forse gastaldi dei Guidi, i quali, secondo alcuni (Carocci), vollero la costruzione.

All’estinzione della famiglia, a metà del XV secolo, il castello, ormai ridotto a villa, passò, nel 1439 in proprietà ai Salviati (nelle persone di Alamanno di Messer Iacopo e del figlio Pietro) ed ai Pazzi (Andrea di Guglielmo) che ne rimasero padroni fino alla metà del secolo scorso.

La villa conserva l’antica e solida torre e tracce della fortificazione medievale.

Dell’origine del castello mancano accenni precisi, ma è presumibile debba risalire alla metà del XIII secolo poiché le sue murature più antiche riflettono nei materiali impiegati e nella forma delle strutture i caratteri tipici dell’epoca.

L’edificio è caratterizzato da una torre alla quale è stato addossato il fortilizio quadrangolare; i bastioni esterni, il cortile interno rivolto a mezzogiorno ed intorno i locali di residenza e di servizio, distribuiti in più piani e collegati da una scala principale, realizzano un insieme architettonico estremamente semplice tanto all’esterno quanto all’interno.

Il complesso venne seriamente danneggiato durante le operazioni belliche del 1944 ed nel primissimo dopoguerra è stato oggetto di un completo restauro, voluto dai proprietari di allora i Conti Bianchini di Lenno; a questi lavori parteciparono maestranze di Molin del Piano e S. Brigida, elogiate dal Morozzi nel suo opuscoletto dedicato al castello: tra questi i maestri muratori Fabbri e Cantini, il fabbro Calabri, il falegname Giannelli e gli scalpellini Raggi e Faini, assistiti dal fattore Paolo Gelli.

 

Villa di Torre a Decima Pontassieve Pianta del Castello
(il Nord è a destra)
Il portico con loggiato che aggetta sul cortile Villa di Torre a Decima Pontassieve
Villa di Torre a Decima Pontassieve Lo stemma Pazzi inserito sul portale

 

 

Il Castello del Trebbio


Castello del Trebbio Pontassieve

 

Quando, a metà del XII secolo, l''esercito fiorentino scacciò i Conti Guidi dalle loro fortezze di Quona (sopra Pontassieve) e di Monte di Croce (sopra Molino del Piano), si intravede già la presenza di alcuni piccoli feudatari locali che, approfittando dell''occasione, estendono i propri possedimenti: Salterelli, Caponsacchi, Pazzi.

Agli albori del ''Trecento Lapo di Littifredo de'' Pazzi controlla, dal suo "palatium" del Trebbio, una grande proprietà composta da 27 appezzamenti di terra, su cui sorgevano 21 case coloniche, e fa coltivare anche numerose proprietà feudali che i Guidi avevano ceduto al Vescovo di Firenze.

 

Castello del Trebbio Pontassieve Veduta del fronte occidentale

 

L''architettura

Il castello è stato probabilmente edificato intorno ad un nucleo originario (del decimo o undicesimo secolo), ed ha assunto gran parte dell''aspetto attuale tra XII e XIII secolo.
La sua posizione di crinale ripete, in tono minore e quasi con ossequio, quella della grande fortezza che i Guidi avevano eretto sul Monte di Croce, e che si intravede alle spalle del Castello del Trebbio, a est, oltre la vallata.

grafismo su immagine del cortile Castello del Trebbio Pontassieve

 

Nel Quattrocento la severa mole dell''edificio venne ingentilita con un doppio loggiato nel cortile, a cui si accede per una porta ricavata in una torre centrale. 
Sugli angoli della facciata vi sono dei camminamenti coperti dotati di caditoie, e sul lato Nord si apre il portale della cappella, dove Andrea del Castagno aveva eseguito un affresco nel 1465.

Il Castello, e tutte le sue terre, vennero confiscate a seguito della congiura

 

Castello del Trebbio Pontassieve L''accesso del castello, protetto da 
una sorta di rivellino la cui struttura muraria 
appare aggiunta in una fase posteriore (forse molto)
all''edificazione delle mura principali

 

La congiura

Domenica 26 Aprile 1478, durante la messa cantata nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, al momento dell''elevazione dell''Ostia, quando tutti i fedeli s''erano devotamente inchinati, Francesco de'' Pazzi e Bernardo Bandini accoltellarono Giuliano de'' Medici, che cadde ucciso da almeno diciannove ferite, mentre suo fratello Lorenzo, assalito da Antonio Maffei e Stefano da Bagnone, due preti che partecipavano alla congiura contro i Medici, seppur ferito lievemente al collo, riuscì a salvarsi rifugiandosi nella sagrestia. 
La Congiura dei Pazzi fallì miseramente, gli assassini e i loro complici vennero catturati e giustiziati (se non trucidati sul posto): Lorenzo de'' Medici rimaneva unico padrone di Firenze. 
Questa congiura passò alla storia col nome della famiglia de'' Pazzi, ma essi non furono gli unici congiurati, piuttosto le loro ambizioni trovarono alleati nell''ambiente del papato di Sisto IV. 
La famiglia de'' Pazzi era una delle consorterie fiorentine più ricche ed importanti, e le sue origini sembrano proprio legate a questi luoghi.

 

Il forno all''interno Castello del Trebbio Pontassieve

Fonte Comune di Pontassieve

 

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